Tuesday, October 06, 2009


Giù le carte.


Le pistole si caricavano con soli cinque colpi, il sesto era vuoto. Senza sicura capitava alle volte che un pistolero si sparasse nelle palle. Il sesto era vuoto e il cane batteva senza sparare. Era una morte non dignitosa quella di spararsi nelle palle. Strade polverose e cinesi riempiti di dinamite che Brulicavano ammassati dentro le miniere di zinco. Qualcuno alle volte suonava un violino, qualcuno si faceva ammazzare. Ad un impresa mineraria un cinese morto costava meno di una cassa di miccia, non aveva senso sprecare soldi quando le puttane sapevano ancora suonare il pianoforte, pezzi semplici, con un bicchiere di whisky appoggiato sul mogano scuro. I pianoforti non avevano la coda, suonavano come carillon.
E la gente giocava a poker su tavoli verdi, lisciando con la mano l'impugnatura avorio della loro colt (dio abbia in gloria il buon vecchio Samuel), se baravi ti uccidevano, se rubavi un cavallo ti impiccavano, se qualcuno cercava di ucciderti potevi ucciderlo, se ci riuscivi potevi farlo. Se ci riuscivi potevi fare quasi tutto. Da un giorno all'altro nasceva una città dove prima non c'era niente se non agave e mesquitas. Arrivavano per primi i carri coperti. La sera sottane bianche orlo di pizzo accendevano fuochi da campo per mariti sporchi. Enormi pentole sospese e catene e fila di marmocchi che facevano a pugni per una scodella fumante. Qualcuno alle volte sparava ad un coyote sulla linea scura del cielo, davanti alla luna, sotto le stelle, mentre il vento sapeva ancora passare tra i corpi e le tende con il suono di un armonica stonata. Puzzava di pece alle volte, soltanto di deserto altre. E le pistole si caricavano a 5 colpi.
-Dovresti iniziare a pagarle le zoccole, forse uscirebbero anche a te...donne e cinque, carte sicure-
il ragazzo sedeva dondolandosi sulla sedia con un sorriso sfottente sulle labbra. Guancia lisce, incisivi sporgenti. Continuava a bere whisky e a sputare sul pavimento ogni volta che il vecchio dava le carte. Ghignava appena la carta toccava morbidamente il tappeto- Questo è un asso me lo sento- e sorrideva al vecchio- Uh oh...questo fa coppia, anzi no...sento un bello sgropparsi di re e regine lì sotto, forza, continua così...fagli sfondare il tavolo-
Il vecchio si mordeva il labbro inferiore. Era facile vincere contro di lui.
Il vecchio aveva perso tutto, addirittura il cavallo. Era il momento di alzarsi dal tavolo e andare a levare la sella, incamminarsi verso il campo.
-Non posso essere fortunato ancora per molto, vecchio. La prossima me lo sento è tua. Ti riprendi tutto e ci alziamo. Detesto fottere una persona che potrebbe essere mio padre, ci riuscirei meglio con tua figlia- e qui rise, il ragazzo, rise forte guardandosi attorno mentre facce sporche al bancone si girarono, ombrose sotto la visiera.
-Ragazzo, hai vinto. Gli hai preso tutto. Ora lascialo andare-. Silenzio. Il silenzio a quel tempo era solo uno sguardo, poteva durare un secondo o un eternità. Alle volte un secondo era un eternità. Si sentiva in quei momenti lo scricchiolio del legno sotto il tacco di uno stivale, il panno del barista che asciugava un bicchiere, poi tutto si fermava, stivali e panni e nessuno sapeva cosa sarebbe successo finito il silenzio. Si restava sospesi fino a che il vento non prendeva a fischiare dalle imposte, fino a che una puttana non entrava urlando o un ubriaco balbettava qualcosa.
-Non ti immischiare in cose che non ti riguardano-
-E tu non sfidare la fortuna ragazzo, ne hai già avuta troppa oggi-
il vecchio fiutò che le cose si stavano mettendo male. -lasciate stare, il cavallo è fuori. Ora torno a casa, è stato un piacere giocare-
-Mi gioco quel cavallo che ora è mio contro tua figlia, vecchio- disse alzandosi il ragazzo. Il suo sguardo dritto al bancone verso chi prima aveva parlato. Uno sguardo freddo e un sorriso sulle labbra. Poi tirò fuori la pistola. Una pistola senza colpo a vuoto. Inchiodò la voce nel buio su rumore di bottiglie rotte. Un rantolo e poi ancora il silenzio.
-siediti vecchio, ora ci giochiamo tua figlia-
-Signore io...-
-Ho detto di sederti- urlò il ragazzo sbattendo la colt sul tavolo. Il vecchio provò ancora a dire qualcosa. Qualcosa di sommesso e vicino al pianto.
-Sta zitto. Quante figlie hai?-
-io..io...-
-Quante figlie hai?- Non rideva più il ragazzo. La sua faccia era seria e due occhi azzurri privi di espressione puntavano dritto il volto del vecchio. La pistola appoggiata sul tavolo vicino alla sua mano destra.
-Forse non mi hai sentito...ti ho chiesto quante cazzo di figlie hai.-
-..ne ho due signore..ne ho due-
-Bene, quel tuo cavallo non è dei migliori. Possiamo anche giocarci la più vecchia. Avanti dai le carte.-
-ma signore..io.- la mano impugnò la pistola sul tavolo, abilmente tirò indietro il cane. Un rumore metallico di una ruota che gira, un nuovo proiettile in asse con la canna e la canna in asse con la fronte del vecchio.-Dai le carte.-
una lacrima rigò il suo viso e il labbro inferiore prese muoversi come fuori controllo. Anche le mani tremavano come se non gli appartenessero mentre cercavano il mazzo da mescolare.
-mi fido, vecchio, non è il caso che mescoli così tanto. Avanti, giù- la pistola continuava a restare puntata sul vecchio e il ragazzo lo fissava come se ci fosse soltanto lui dentro il saloon. Dritto nel volto. E il vecchio diede le carte. Due carte coperte. Un quattro e un sette per il vecchio, un J e una donna al ragazzo. Un altra lacrima solcò il viso sotto il grigio dei capelli, un lamento sommesso. Il desiderio di fuggire lontano e l'anima dentro chiusa a lacerarsi. Un quattro e un sette, una giocata senza speranze. Il cane stava ancora sollevato, il ragazzo sorrise e disse- Questa notte tua figlia si diverte...avanti scopri le cinque-
Quattro, otto, tre, asso, asso e re. Al vecchio tremarono le labbra e il naso stette per colare. E tutto finì.
-uh oh..ti è andata bene vecchio. Lo sapevo che avresti vinto. Non te l'avevo detto? Il cavallo è di nuovo tuo, la bottiglia la pago io. I soldi di prima non ti seccherà se me li tengo- rise. Abbasso il cane e raccolse i dollari sul tavolo. Si diresse al banco e pizzicò un dollaro sotto il bicchiere.
-Il resto è mancia- uscì dietro il cigolio della porta, lisciando la visiera. Dentro restò il silenzio. Nessuna puttana, nessun ubriaco, poi il vecchio prese a singhiozzare e il silenzio finì.




Thursday, September 24, 2009

Figlia di Maria
(Io, mia nonna e Gesù Cristo in macchina)

Passo a prenderla e non devo neanche suonare il clacson. Mi aspetta in una mattina di settembre fuori dal cancello. Piccola nella sua camicetta bianca, troppo piccola per non domandarsi se non abbia freddo. Ha qualcosa in mano, un qualcosa che tiene con una regalità attenta. Guarda per capire se sono davvero io, i suoi occhi diventano piccoli dietro le lenti. Sarò passata a prenderla un centinaio di volte ed è sempre la stessa storia. Una storia di diffidenza. Devi essere ad un metro da lei, deve guardare dentro la vettura, altrimenti non sale. Neanche saluta.
-Aprimi la porta. Non vedi che ho le mani occupate?-
Scendo, l'aria di settembre è fresca. Impossibile che lei non abbia freddo.
-Ciao Nonna...-
-Muoviamoci, ho fretta.-
-Ma non hai freddo?-
-Il freddo. E' settembre...cosa ne sai tu del freddo? Chiudi la porta che ho le mani occupate-
La sua gonna verde scende fino sotto il ginocchio, calze color carne di nylon, scarpe nere, chiuse e tacco basso. Una catenina d'oro con la Madonna. Ave, Maria. So che c'è scritto dietro Ave Maria perchè al battesimo me ne regalò una uguale.
-Hai sentito cosa è successo al figlio di Grosso?-
-Si Nonna, ho sentito. E' stato un brutto incidente.-
-Poteva morire e si è rotto solo un braccio. La Madonna gli ha voluto bene.-
E qui io dovrei dirle che è un ragionamento stupido, che se la Madonna gli voleva bene poteva evitare che andasse a sbattere, poteva evitare l'ospedale, la fame nel mondo, le guerre. Ma lei mi guarda e sa a cosa sto pensando. Mi guarda e io decido di stare zitto. Non avrebbe senso, è un copione che non mi va di ripetere. Non oggi almeno.
-Cos'hai lì in mano?-
-Il corpo consacrato.-
Non sto neanche a chiederle perchè abbia un contenitore pieno d'ostie lì tenuto come si tiene un bambino, sul suo santo grembo. Non chiedo niente. Ho imparato a rispondere al telefono e alla sua voce senza farmi domande. “No, nonna non c'è nessuno in casa...io? Bhe, aspet...ache ora hai dett...pronto? Pronto?”
Viaggiamo con questo corpo consacranto e non c'è nulla di più naturale. Destinazione la chiesa. Questione di qualche minuto e rifarò la sceneggiata della portiera, lei mi dirà “apri e chiudi che ho le mani impengate” salirò di nuovo sulla macchina, mi fermerò al bar per un campari con bianco, leggerò le classifiche della prima di campionato e sarà una mattina di settembre davvero magnifica. Corpo consacrato...ma che sta facendo con un corpo consacrato tra le mani? Lo penso. Non lo chiedo.
Ma quello davanti si ferma di colpo senza mettere uno straccio di lucciola. Alle volte è il destino.
-Cristo...-
-Andrea! Abbiamo il Signore in macchina!-
Viene d'istinto guardare lo specchietto retrovisore, viene quasi paura di vederlo lì sorridente, circonfuso di luce e sacralità. “Tutto a posto Andrea, hai dimenticato il settimo, ma quello davanti è proprio un pirla. Tranquillo.”
Potrei pensare ad un ritorno, andare dritto dal prete e dire “perdonami, padre, perchè ho peccato”, scavalcare mia nonna mentre si appresta ad entrare in chiesa, prostrarmi sul sagrato, baciare il sacro suolo. E lei lì sarebbe contenta. "avevo un nipote peccatore, ma ora si è redento".
-Non pronunziare invano il nome del tuo dio. Perchè non vai più in chiesa?-
E la domanda che cercavo di evitare si ripresenta in tutta la sua pesante franchezza. Il guaio è che lei non vuole sentire la risposta; la risposta per lei non esiste e io non posso certo mettermi ad avanzare tesi sulle crociate, sull'evoluzione darwiniana. Già so che i suoi occhi forerebbero ogni discorso e che solo il mio “non ho mai tempo” mi può salvare parzialmente. Così:
-Non ho mai tempo, nonna-
-E non porti neanche più la catenina della vergine. L' ho chiesto a tua madre, non la metti più-
-E' piccola nonna, me l'hai regalata al battesimo-
-Allora dammela uno di questi giorni, te la faccio allargare-
-Siamo arrivati nonna-
Apre il cruscotto, ci infila dentro dieci euro e un “tho”
-Nonna, smettila, non è il caso-
-Sono tua madrina...portami la catenina-
Scendo, apro e chiudo che lei ha le mani impegnate.
-Perchè non entri? Don Claudio...-
-Magari un altra volta nonna, ora sono di fretta, ciao.-
-Vai in chiesa qualche volta-
-Si lo farò-
E non ho fretta. La guardo sparire oltre l'enorme porta scura, lei nella sua camicetta bianca. A piccoli passi. Lei e il corpo consacrato. E io non ho fretta. La verità è che forse alla volte si può invidiare anche ciò in cui non credi, invidiare chi crede. Perchè credere è maledettamente bello. Non è fondamentale a cosa. E' fondamentale credere. Ma resto chiuso in macchina, senza fretta, senza nulla in cui credere.

Tuesday, September 01, 2009

Alexandre Dumas

Dovrò ricordarmi alla vigilia del mio compleanno di non soffiare sulla torta con la mente sgombra, avere desideri a portata di mano, desideri d'occasione. Non che abbia tutto, solo non so cosa voglio.
Dovrò ricordarmi di aprire un foglio sgualcito, avere una festa solitaria e una finestra da cui guardare fuori, magari chiuso in una stanza claustrofobica mentre i granatieri di Sardegna marciano un passo d'oca e anziani alpini imberrettati di verde profondono la malinconia del silenzio. Il 4 novembre.
E devo leggere quel foglio sgualcito? Con la mente o ad alta voce?
Allora desidererò un 35 di piedi, scarpe grandi come portachiavi, leggerezza di un calciatore
e il pallone verde dei punti esso con la benzina 1993, finto cuoio mai avuto.
Un posto di lavoro pancialsole per l'eternità? Tengo il pallone.
Magari un sogno o due, giusto per non perdere la speranza,
e un campanello con la voce di Withman che urla o capitano mio capitano
quando lei arriva raggiante fuori dalla porta di casa.
E lei, lei che si è scordata all'improvviso di come sono e che le vado bene anche così
lei che sorride e mi dice che sarebbe meglio uscire a bere qualcosa.
E mentre cammino per strada la possibilità di stringere tre anziane dentro le loro pellicce
giocare a campana sulle piastrelle di Via Po
un aperitivo con un amico liso quanto me dentro il bar San Carlo
martini dry tra sgabelli barocchi. Soldi forati in tasca.
Una mattina che aspetto un treno
Alexandre Dumas intercity
quando scende nel cappotto bianco non stazione, una cattedrale in festa.
Io in smoking sulla banchina, due gemelli come stelle in una notte scura e un enorme orologio 1800 appeso al panciotto. Forse un bastone, un diamante.
E tutti che applaudono e dicono è arrivata la sposa. Nastri d'argento rosoni e aerostati di vetro soffiato sospesi nel cielo. Parigi in festa.
Una visione d'eternità.
Ma devo leggere quel foglio sgualcito?
Chiedere alle stelle di accontentarmi, soffiare sulla torta, non passare sotto le scale e gettare manciate di sale alle spalle?
E -lasciare biglietti su tombe di rabbini dimenticati? Vecchi golem?
perchè non è che abbia tutto, solo non so cosa voglio.

Tuesday, August 25, 2009

Nome

Questa notte ho ricordato ancora il tuo nome.
Ci sono giorni in cui credo di averlo perso,
Dimenticato
Ci sono notti in cui è tutto quello che ho.

Hai l'ora dell'alba, il freddo della terra nuda,
Sei l'autunno quando è ancora estate.
Questa notte ti ho sognato
Un uccello nero cantava dalla mia finestra.

C'era il tuo sangue, i tuoi occhi, il tuo nome.
Ti ho scritto per sapere come stavi
Ti ho scritto perchè mi rispondessi
Che dentro i miei sogni non c'è verità.




Saturday, August 22, 2009

-o-

Il caldo non libera la stanza. Presto avrò branchie per respirare e gocce di umidità attorno ad esse, condensa. Dormo sotto le stelle avvolto da foglie e rugiada, in televisioni lontane 1969 proiettano lo sbarco sulla luna, senza multicolor. Eurovisione, inno alla gioia. Luci accese dalle finestre, esodo estivo. Giorni bollenti sotto pallidi cieli, ritagli di erba.

Wednesday, August 19, 2009


Oche

...Pronto?-
la bocca impastata di sigarette, bottiglie vuote sul comodino da notte. Stava andando tutto a rotoli e l'unica cosa divertente è che potevo vedere me stesso andarci, con un certo stile, pure. Gli occhi piazzati sulle pale del ventilatore. Giravano magnificamente.
-Il giornale chiude. Mi ha appena chiamato Smooth. Finiti i fondi. Finita la festa. Ah, dimenticavo, niente liquidazione.- Era una notizia di merda quella. Non tanto per il giornale. La liquidazione, più che altro. -Come cazzo sarebbe niente liquidazione?-
-Tu li hai i soldi per un fottuto avvocato? Io no...parlaci tu con Smooth, io ne ho le palle piene.-
Staccai il telefono, mi strofinai gli occhi. Avevo una barba di qualche giorno. Una barba ispida e pungente che all'improvviso mi fece ricordare quanto era bello non avere più Carla tra i piedi che mi ricordasse ogni sacrosanto giorno di farla. Se ne era andata, meglio per tutti. Anzi forse solo per lei. Alla fine era una donna a posto.
Cercai di ricordare il numero di Smooth. Sbagliai e mi rispose la voce di una vecchia.
-Hey Smooth, cos'è questa storia che ti vuoi inculare i nostri soldi?_
-Chi è che parla? Sei tu Ernesto?-
-Ernesto è morto, torni a dormire.-
Aveva una voce che profumava di naftalina e bomboniere polverose. Certe vecchie hanno quell'odore.
Al secondo colpo rispose la voce di Smooth, il numero era giusto, ma non mi andava più di partire aggressivo così dissi soltanto -Pronto? Smooth? Cos'è questa storia del giornale?-
-Cristo santo, tutti a telefonarmi...il giornale chiude. Stop, finito. Si stanno portando via tutto e se salta la linea è perchè si sono presi pure il telefono. Evita di rompere i coglioni Pinch, almeno tu.-
lo immaginai in quel momento strozzato dalla cravatta, con quel suo doppio mento che strabordava dal colletto della camicia, unto, sudato. Attorno si sentiva rumore di mobilia in movimento. Non stava raccontando palle.
-Ok. Smooth, per me è a posto...voglio dire, il giornale e tutte le stronzate annesse e connesse. Però vedi, io ho bisogno dei soldi che....-
-Soldi soldi soldi, scribacchini del cazzo, ecco cosa siete. Un giornale, il vostro giornale, va in malora e voi pensate solo a quei dannati soldi...se ti dico che si stanno portando via tutto con cosa pensi che ti possa pagare? Accetti il mio sangue o vuoi pure scoparti mia moglie?-
La moglie di Smooth pareva una candela spalmata di sugna, ma lui ne era incredibilmente geloso. Nessuno l'avrebbe mai toccata e, nonostante tutto, quando se la portava appresso ai party organizzati dal giornale non le mollava gli occhi di dosso per paura che qualcuno di noi ne approfittasse e se la portasse in bagno. Correva voce che fosse una ninfomane incredibile. E questo lui lo sapeva. In una spiaggia deserta, a vedermela sdraiata a riva non l'avrei toccata neppure con un bastone per vedere se era morta, figuriamoci farmi fare un pompino in un cesso. Figuriamoci se valeva la mia liquidazione. E Smooth era diabetico, non avrei saputo che farmene del suo sangue.
-Ascolta Smooth, tu quei cazzo di soldi me li devi, cerca di farli saltare fuori. Posso sempre investirti, cancellare le strisce pedonali e sbronzarti con un imbuto. Ridere al tuo funerale...mi conosci.- L'avrei fatto davvero e lui sapeva anche questo.
-Pinch, stammi bene a sentire...-
-Fanculo. Oggi alle tre passo in redazione, fammi trovare i soldi.-
Riattaccai il telefono. Era ora di tagliare la corda.
Carla l'aveva tagliata. Viveva da qualche parte in centro, ora. Una sera la vidi a bordo di una grossa Bentley, un sogno di macchina. Di fianco, alla guida, un uomo sui settanta. Pareva sapesse di caramelle alla viola e acqua di Parma. Certi vecchi hanno quell'odore.
Mi misi a cercare il numero di un giornale che mi aveva contattato qualche mese prima per un offerta di lavoro come corrispondente a Londra. La paga era bassa, avevo rifiutato all'epoca, ma ora tutto andava bene, bastava levarsi di torno. Farla finita con la bocca impastata di sigarette, la stanza che puzzava di chiuso, io che diventavo un enorme cumulo di grasso. Le pale del ventilatore.
Trovai il numero. Chiamai. La segretaria aveva una voce suadente.
-Signore Pinch...cosa posso fare per lei?_
-Bhe ecco vede...non so se si ricorda che qualche mese fa mi avevate proposto un lavoro...e...-
-Aspetti la faccio parlare con il direttore-
Tutta questa servilità mi fece subito capire che evidentemente nessuno all'interno di quella redazione conosceva la mia dipendenza da alcol. Con un po' di fortuna, magari, non sapevano neppure della storia di quell'intervista al ministro. Quando mi alzai nel bel mezzo della rassegna stampa e pisciai dentro la vasca del punch.
-Pronto?-
-Pronto è il direttore?-
-Si...signor Pinch. Che piacere sentirla. Cosa posso fare per lei?-
-bhe ecco, vede...dicevo alla sua segretaria che...insomma, fanculo, sarei interessato a quella proposta di lavoro a Londra se ancora è disponibile.-
-In effetti, abbiamo già dovuto provvedere, ma due corrispondenti potrebbero sempre far comodo...perchè non viene qui in redazione così possiamo parlarne?-
Ok era fatta. Niente punch, niente piscio, niente alcol. La mia fama era rimasta ferma a prima di Carla. Questo era un bene. Anche Carla era un bene. Mi chiesi come fosse possibile che non lo sapessero. Quella pisciata era andata sulla bocca di tutti. Ma adesso non era più importante. Probabilmente tra qualche giorno avrei volato sopra il London bridge, bevuto gin, avrei pisciato sulle scarpe delle guardie di Buckingham palace. Era tutto perfetto.
Uscii di casa, mi diressi verso il nuovo giornale, ma prima dovevo passare da Smooth.
Presi un taxi.
Il taxista aveva voglia di parlare.
-ha sentito? Dicono che le oche selvatiche quest'anno siano in ritardo. Non migrano più. Si sono fermate in inghilterra, da qualche parte-
-Perfetto- pensai -sto migrando verso l'unico posto da cui neppure più le oche riescono a migrare- accesi una sigaretta. Abbassai il finestrino. Sputai.






Tuesday, August 18, 2009


Aironi
L'acqua scivolava sui sassi limpida senza fare rumore, come lo strisciare di un serpente scuro sul nido, sulle proprie uova. I sassi bianchi disseminati sul fondo. Sabbia. La corrente entrava debole all'interno dell'ansa dove l'acqua si faceva profonda. Una corrente dolce che le avvolgeva il corpo, fino alla vita. Lui se ne stava sdraiato sotto le mutevoli dita ombrose che un salice proiettava dalla riva opposta del fiume. Dinnanzi ad un sole basso e arancione. C'era un airone cinerino più in là, , il sottile becco puntato come una meridiana, fermo, immobile, dove l'acqua proseguiva oltre l'ansa e più bassa saltava, schiarendosi la voce in una bava leggera di schiuma bianca.
-Un nome dovremo pur trovarlo, però-
Lei usci dall'acqua e con le mani si strizzo i capelli. Prese a pettinarli senza degnarlo neppure di uno sguardo, guardava a terra, il capo inclinato e lo sguardo fisso tra un sasso grigio e un frammento di mattone rosso.
-Pensi al nome, quando non sai neppure che farne-
-Pensare al nome potrebbe aiutarmi a decidere cosa farne-
Si strinse nell'asciugamano e quando si sedette al suo fianco un upupa prese a cantare. Oltre gli alberi, in qualche punto indefinito tra il verde e il nero. Un canto sospeso, eterno ed effimero. Fiumi e boschi hanno parole vecchie centinaia di anni, lemmi antichi e senza tempo.
-Decidere un nome potrebbe costringermi a fare quello che non voglio fare-
-Allora non pensiamo ad un nome, non pensiamo a nulla. Restiamo qui e facciamo finta che tutto vada bene- infilò una mano nello zaino e inizio a muoverla disperatamente- Ho pure finito le sigarette, Cristo-
-Perchè devi sempre comportarti così? Non mi sei d'aiuto...non sei d'aiuto neppure a te stesso-
-E tu a? chi sei d'aiuto?-
Stette zitta, i capelli pettinati e lo sguardo fisso dove la corrente incontrava la calma dell'ansa. Voglio essere acqua, che non trattiene, che si divide, che non si ferisce.
-Forse è meglio se torniamo...-
-Inizia ad andare verso la macchina, ti raggiungo dopo-
lei si alzò sfilandosi da dosso l'asciugamano, delicata, si vestì. I suoi seni bagnati disegnarono forme acerbe sull'arancione della maglietta. La guardò allontanarsi verso la salita che riconduceva al bosco di salici bianchi, le sue gambe lunghe muoversi con destrezza tra una roccia e l'altra del fiume, per risalire.
Restare solo poteva avere il suo senso. Avrebbe potuto averlo prima, avrebbe potuto averlo adesso. C'era pace appena sopra l'inquietudine, una pace instabile, magnifica. Un dito di miele su un metro di acido. Prese una pietra la scagliò verso l'airone. L'animale alzatosi in volo non calcolò l'apertura grigia delle sue ali. Lo colpì.
Tutto quello che era elegante poco prima si trasformo in umiliante sofferenza. Un turbinio confuso di grigio e schiuma, un verso stridente a lacerare il silenzio. Si portò la mano alla bocca
cristo, che cazzo ho fatto...e corse verso quel frastuono scuro. Lei si sporse dalla riva in alto
-Cos'è successo?-
-Non volevo...l'ho preso, cazzo...-
scese di nuovo giù, veloce, saltando da una pietra all'altra. Mentre lui si fermò a qualche metro dall'animale sofferente . Lo guardava senza sapere cosa fare. Lei gli giunse alle spalle, lo superò, l'acqua le sali fino alle caviglie. L'animale si sforzo a volare, fece qualche metro e cadde tra i rovi, oltre la riva. Fu lì che lo prese. Nel silenzio e nella calma. Qualche metro prima della disperazione.
-Sei un coglione...spero tu lo sappia-
-Non volevo, non volevo-
-Devi avergli rotto un ala...-
Lei lo prese , lo ripulì dalle spine dei rovi. L'animale non sanguinava. La frattura doveva essere interna. I suoi occhi come punte di chiodi, il becco disperato a fendere l'aria, quando la disperazione diventava speranza. Stettero qualche ora ancora lì a riva, finchè la sera non diventò notte e il fiume riprese a parlare con le parole antiche del buio.
Lei lo accarezzava mentre lui cercava di liberarsi. Un desiderio comune per chi si trova con un ala spezzata. Poi si placò, quando uscirono le stelle. I suoi occhi fulgidi e aperti nella notte, senza pesci davanti su cui avventarsi, solo il buio e lo shhhhhh di labbra femminili.
-Penso che dovremmo dargli un nome-
Lui la guardò stupito.
-Che ne dici di Giorgio? Mio nonno si chiamava così-
-Non hai capito...mi riferivo all'airone-